Trama

Città del Messico, anni '40. William Lee è un uomo colto, cinico e solitario, un espatriato americano che trascina le sue giornate nei locali della comunità studentesca tra fiumi di alcol, fumo e una latente crisi d'astinenza da oppiacei. La sua routine indolente e distaccata viene bruscamente interrotta dall'arrivo di Eugene Allerton, un giovane studente universitario da poco congedato dall'esercito, la cui bellezza ambigua cattura immediatamente l'attenzione dell'uomo.

Inizia così una caccia psicologica spietata e asfissiante: Lee sviluppa una vera e propria ossessione tossica per il ragazzo, inseguendolo e manipolando le situazioni pur di averlo vicino. Nonostante l'atteggiamento sfuggente, indifferente e algido del giovane, Lee riuscirà a convincerlo a intraprendere un lungo ed enigmatico viaggio attraverso il Sudamerica alla ricerca dello Yagé, una leggendaria radice allucinogena dagli asseriti poteri telepatici. Sarà l'inizio di una spedizione lisergica e distruttiva, dove il confine tra il desiderio fisico e la totale perdita di lucidità mentale si farà drammaticamente labile.

Recensione

Recensione Queer (2024): L'estetica ipnotica di Guadagnino si scontra con il vuoto della dipendenza

Il cinema di Luca Guadagnino è da sempre un’esperienza sensoriale, un viaggio estetico capace di catturare il desiderio e la carne come pochi altri registi contemporanei. Con Queer (2024), adattamento del celebre e tormentato romanzo breve e autobiografico di William S. Burroughs, il regista italiano firma una delle sue opere più radicali e destrutturate. Il film si assesta su una sufficienza formale (6 / 10): un'opera sorretta da un comparto tecnico straordinario, che tuttavia rischia di respingere lo spettatore a causa di una narrazione volutamente fredda, statica e priva di empatia.

L'ossessione viscida come metafora della tossicodipendenza

Il limite più evidente della pellicola risiede nella caratterizzazione del protagonista, William Lee (un monumentale e coraggioso Daniel Craig). La sua totale e asfissiante ossessione nei confronti del giovane Allerton (Drew Starkey) si muove su binari manipolatori, unilaterali e a tratti decisamente viscidi. Lo spettatore fatica ad appassionarsi alla sua vicenda perché la sceneggiatura non si preoccupa di sviscerare i traumi passati dell'uomo, né mostra un reale arco di cambiamento o di maturazione dopo la completa disfatta sentimentale nel finale.

Tuttavia, per decifrare questa piattezza narrativa, è necessario scavarne la natura letteraria: per Burroughs, il corteggiamento disperato e tossico di Lee non è un racconto d'amore, ma una pura metafora della tossicodipendenza. Lee è un uomo in fuga che sta cercando di disintossicarsi dall'eroina e sposta la sua crisi d'astinenza sul corpo e sulla mente di Allerton. Il ragazzo non è un partner, è la sua nuova "dose". Questo spiega l'assenza di un'evoluzione psicologica tradizionale: il film non racconta una crescita emotiva, bensì il loop distruttivo e ossessivo-compulsivo di una dipendenza chimica e affettiva.

Un viaggio psichedelico e una colonna sonora da applausi

I pregi maggiori della pellicola si concentrano nel comparto tecnico. La colonna sonora, curata magnificamente da Trent Reznor e Atticus Ross, è eccezionale e utilizza brani volutamente anacronistici per scardinare il genere del dramma in costume. La musica non serve a descrivere il Messico degli anni '40, ma a proiettare il pubblico direttamente nello spazio mentale allucinato, distorto e isolato del protagonista.

Il terzo atto, che si trasforma in un vero e proprio road movie psichedelico nella giungla sudamericana alla ricerca della pianta allucinogena Yagé (l'Ayahuasca), esplicita il fallimento ultimo di Lee. La sua non è una ricerca di comprensione reciproca, ma il disperato tentativo sciamanico di fondere le due menti per poter finalmente "possedere" l'inafferrabile amante. La totale mancanza di un cambiamento finale non è un errore di scrittura, ma una precisa scelta nichilista: l'esperienza fallisce, il trip finisce e Lee viene restituito al mondo completamente svuotato, anestetizzato e rassegnato alla sua eterna solitudine.

Scheda di Valutazione Critica
Voce di Pagella Punteggio Analisi in pillole
Messa in Scena e Musica 8.5 / 10 Fotografia sontuosa, regia ipnotica e una colonna sonora da manuale.
Performance degli Attori 8.0 / 10 Daniel Craig si mette a nudo in un ruolo viscerale, coraggioso e respingente.
Sviluppo ed Evoluzione 4.0 / 10 Struttura drammatica piatta, personaggio viscido e nessun reale riscatto.
VOTO FINALE 6 / 10 Un trip estetico affascinante, che sconta però la freddezza della sua stessa materia.
Conclusione: un limbo per cultori del genere

In definitiva, Queer è un'opera d'atmosfera preziosa per chi ama il cinema destrutturato e le visioni ipnotiche di Guadagnino, ma che inevitabilmente lascerà una forte sensazione di incompiutezza a chi cerca una storia solida e personaggi con cui entrare in empatia. Un 6 politico che premia l'audacia tecnica ma ne certifica i limiti emotivi.

Locandina

Queer (2024)

Regia

Voto

6